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Saint Damien of Molokai - Canonization
Rome - October 11, 2009
Damiano de Molokai (Hawaii)
- Damiano de Veuster ss.cc.
Apostolo dei Lebbrosi - 1840 - 1889
160 anni fa, il 3 gennaio 1840, in un
piccolo villaggio delle Fiandre chiamato Tremeloo, nacque Giuseppe de
Veuster. Era il settimo figlio di una famiglia di agricoltori.
A 19 anni, lascia gli studi commerciali, per entrare nella
Congregazione dei Sacri Cuori di Gesú e di Maria (Picpus), nella quale
farà professione religiosa con il nome di DAMIANO.
Nel 1863, durante gli studi teologici,
chiede di partire come missionario nelle Isole Hawaii.
Dieci anni dopo, nel maggio 1873 si
offrì al suo Vescovo per poter condividere la misera sorte dei Lebbrosi di
Molokai, una delle isole delle Hawaii.
Il Padre Damiano lavorerà senza sosta per migliorare le condizioni di
vita degli 800 e più lebbrosi che spinti dalla disperazione vivevano in
quell'inferno misconoscendo ogni legge umana e divina.
Pastore ammirevole di tutti, egli riuscì a trasformare il lebbrosario
in un paradiso di rassegnazione cristiana.
Dopo dodici anni egli stesso fu
colpito dalla terribile malattia e morì, lebbroso tra i lebbrosi il 15
aprile 1889.
Nel maggio 1936 le sue spoglie mortali furono trasportate nel Belgio e
riposano nel Santuario di San Giuseppe a Lovanio.
Il mondo intero ha giustamente ammirato
il sacrificio di Padre Damiano e l'ha proclamato il grande eroe della
carità cristiana.
Il Padre Damiano è stato beatificato il 4 giugno 1995 da Papa Giovanni
Paolo II in Belgio.
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Il Venerabile Damiano de Veuster
nacque a Tremelo (Belgio), il 3 gennaio 1840, in seno ad una famiglia
contadina e profondamente cristiana. Venne battezzato con il nome di
Giuseppe. Era il settimo degli otto figli di Francesco ed Anna Caterina De
Veuster, proprietari di una piccola fattoria e di una casa a Tremelo, una
cittadina vicina a Lovanio, nelle vicinanze del fiume Dyle, i cui meandri
segnano la vasta pianura campinese.
I De Veuster erano una di quelle
famiglie esemplari che sono frequenti in quelle campagne: l'educazione che
i genitori impartivano ai figli insegnava loro ad amare Dio e a compiere
il proprio dovere.
Si pregava in famiglia. ogni sera la
madre leggeva ad alta voce la vita dei Santi, mettendone in risalto le
virtù ed additandoli come esempi ai figli; tali esortazioni produssero il
loro frutto.
Infatti, un giorno i tre ragazzi più
piccoli, tra i quali c'era Giuseppe, l'ultimo nato, accompagnati da un
loro cugino, si recarono in un boschetto delle vicinanze per imitare la
vita degli anacoreti e rimasero lì fino a sera mantenendo sempre un
rigoroso silenzio.
Un altro giorno accade poi che il
piccolo Giuseppe era introvabile. Il nonno fece osservare agli altri che,
secondo lui, il bambino doveva trovarsi in chiesa; infatti era lì
inginocchiato ai piedi dell'altare in innocente e fervente preghiera.
Ma Giuseppe era soprattutto dotato di
un cuore sensibile e generoso, e manifestava una estrema pietà
specialmente verso i diseredati.
Un giorno, mentre si recava a scuola,
in compagnia di un altro fratello e di una sorella, incontrò un mendicante.
Benché fosse il più piccolo dei tre, fu proprio lui a proporre di dare a
quel povero le provviste che la madre aveva preparato per la loro merenda.
"Ne ha più bisogno di noi", spiegò. E la sua proposta fu approvata da
tutti e messa in atto.
Dotato di un temperamento forte, gaio
e vivace, naturalmente incline all'azione, il giovane Giuseppe amava il
gioco e, d'inverno, si dedicava con entusiasmo al pattinaggio, sport nel
quale non temeva rivali.
"Una volta, come raccontò lui stesso,
in una giornata fredda e nebbiosa, io mi ero lanciato a tutta velocità sui
pattini, risalendo il fiume Dyle gelato, verso casa. Il ghiaccio era
consistente e uniforme e le rive mi sfrecciavano ai lati con sorprendente
rapidità. Poiché era tardi, scivolavo sul ghiaccio come in volo: mi
sembrava di essere un uccello in fuga.
Improvvisamente e senza che io me lo
aspettassi, mi trovai alla confluenza del fiume Dyle con il fiume Laak, e
vidi spalancarsi il vuoto sotto i miei piedi. Ebbi soltanto il tempo di
fare un vigoroso sforzo per schivare quel punto. Quando mi fermai e feci
ritorno sui miei passi, constatai di avere sfiorato l'orlo di una specie
di baratro (ed il solo pensiero mi dà ancora oggi i brividi). Non seppi
trattenermi dall'inginocchiarmi per benedire Dio e ringraziare il mio
angelo custode che mi avevano salvato da un così tremendo pericolo".
Questo evidentemente era il risultato
dell'educazione cristiana impartitagli dalla madre che diede, in tutti i
figli, ottimi frutti: due figlie abbracciarono la vita religiosa entrando
nel convento delle Suore Orsoline di Thildonck, e due figli entrarono in
quello dei Padri dei Sacri Cuori.
Finiti gli studi elementari, Giuseppe
cominciò ad aiutare i genitori nei lavori della fattoria, dedicandovisi
con sincero ardore; dotato poi di una forza non comune, a quindici anni
era capace di sollevare un sacco di cento chili.
"E' intelligente e lavora per quattro",
diceva suo padre. "Questo ragazzo ha la stoffa del commerciante. Un giorno
mi succederà negli affari". Per questo mandò Giuseppe, che aveva già
diciassette anni, alla scuola media di Braine-le-Comte, dove entrò il 15
maggio 1858.
Qui il Servo di Dio senti la sua
vocazione e, mentre si applicava con ardore allo studio, egli pregava il
Signore di illuminarlo.
"Invece di riposarsi, come facevano
gli altri", scriveva Derue, il direttore della scuola, "prese l'abitudine
di restare sveglio buona parte della notte, tempo che occupava a pregare
Dio." Sin da bambino poi, praticava la virtù della mortificazione: infatti,
un giorno, sua madre scoprì una tavola sotto il suo materasso.
In occasione di una Missione dei Padri
Redentoristi, tenutasi nella chiesa parrocchiale di Braine-le-Comte,
Giuseppe ascoltò uno di quei Padri; forse una frase, forse una sola parola
del predicatore toccarono nell'intimo il cuore del giovane che senti, ben
distintamente, la vocazione sacerdotale.
Qualche tempo dopo scriveva ai
genitori
: "Babbo e mamma carissimi, non posso fare a meno di
scrivervi, in questo bel giorno di Natale che mi ha portato un'importante
certezza: Dio vuole che io lasci questo mondo per abbracciare la vita
religiosa ...Io non temo che voi vogliate impedirmi di intraprendere la
strada dell'eterna felicità..." Ed in un'altra lettera di nuovo: "Non
crediate che questa idea di abbracciare la vita religiosa venga da me. E'
la Provvidenza che m'ispira... Dio mi chiama, io devo obbedire."
(Disq. p. 65)
Certamente, per i genitori,
acconsentire a quanto il figlio chiedeva era un grande sacrificio: Dio
aveva già chiamato al Suo servizio altri due figli, una femmina, che era
entrata nelle Suore Orsoline di Thildonck, e un maschio che aveva fatto la
sua professione presso i Padri dei Sacri Cuori, a Lovanio. Ora ne chiamava
un terzo, proprio quello in cui il buon padre De Veuster aveva riposto
tutte le sue speranze, quello che forse avrebbe potuto succedergli negli
affari. Ma i De Veuster erano ottimi cristiani e non si sarebbero mai
opposti a quello che appariva loro come l'espressione della volontà divina.
Quindi,, appena Giuseppe tornò a casa
per le vacanze, suo padre lo accompagnò a Lovanio, al convento dei Padri
dei Sacri Cuori e, mentre il giovane si intratteneva con il R.P. Superiore
e col fratello Pànfilo, egli fece un salto in città per fare qualche
acquisto. Immaginate quale fu il suo stupore quando, tornato al convento,
il figlio lo supplicò di permettergli di restare per evitare alla madre il
dolore di un altro addio. Il padre acconsenti e fece ritorno da solo a
Tremelo.
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Nel 1859 cominciò il noviziato di
Giuseppe dai Padri dei Sacri Cuori a Lovanio. La sua grande aspirazione
era quella di diventare sacerdote, ma lo aspettava una delusione:
considerando la sua età (egli aveva allora diciannove anni) e
l'insufficienza della sua istruzione, il Superiore decise di non poterlo
ammettere che "in qualità di "Fratello di Coro". Giuseppe accettò benché i
disegni della Provvidenza erano ben altri; ricevette l'abito religioso ed
il nome di Damiano, con il quale diventerà poi noto in tutto il mondo.
Il fatto di condividere la stessa vita
del fratello Pànfilo, entrato nei Padri dei Sacri Cuori qualche anno
prima, spinse il Servo di Dio a studiare con tenacia per recuperare il
tempo passato lontano dagli studi. Pànfilo cominciò ad insegnargli qualche
locuzione latina. La sua buona volontà e la sua prontezza
nell'apprendimento vennero notate dai superiori, i quali decisero di
inserire Damiano nella classe degli Scolastici (aspiranti al sacerdozio),
dopo averlo sottoposto ad un esame in cui dimostrò ampiamente di poter
seguire quei corsi.
Studiò nel noviziato di Yssy, vicino a
Parigi, dove conobbe il Vicario Apostolico di Tahiti, giunto lì in visita;
Damiano ne rimase favorevolmente e profondamente impressionato e nacque in
lui un forte amore per l'apostolato missionario.
Nel 1861, ritornò a Lovanio dove
prosegui gli studi, dando prova di quelle virtù che gli sarebbero
accompagnato fino alla fine della sua vita e richiamando così l'attenzione
dei superiori.
Sin dai primi anni di vita religiosa,
Damiano nutriva un profondo desiderio di consacrare la propria vita alle
missioni. Un giorno, il Superiore, avendolo sorpreso mentre pregava
davanti ad un'immagine di San Francesco Saverio, gli chiese che cosa mai
venisse a fare nella cappella, dove si trovava quell'immagine. "Vengo qui
a pregare San Francesco", rispose il novizio, "affinché mi conceda la
grazia di poter partire anch'io un giorno per le missioni"
L'occasione si presentò in modo
decisamente provvidenziale e prima di quanto lo stesso Damiano sperasse.
Dopo aver ricevuto gli ordini minori a
Malines, il 19 settembre 1863, Damiano si trovò un'altra volta davanti ad
un'occasione imprevista di dare una svolta decisiva alla propria vita.
Monsignor Maigret, Vicario Apostolico delle Isole Hawaii, aveva richiesto
con urgenza dei missionari, ed i Superiori avevano organizzato una
spedizione composta da molti sacerdoti, alcuni fratelli e dieci religiose,
tutti dei Sacri Cuori (la Congregazione dei Sacri Cuori comprende infatti
due rami: uomini e donne). Fra i sacerdoti vi era il fratello di Damiano,
Pànfilo ma, poco prima della partenza, a causa di un'epidemia che colpi la
popolazione dei dintorni di Lovanio, P. Pànfilo cominciò ad occuparsi dei
malati e si ammalò egli stesso: la sua partenza fu quindi impossibile. A1
dolore della malattia si aggiunse l'angoscia di non poter realizzare un
progetto a lungo carezzato.
Il Fratello Damiano, che spesso andava
a visitare e a consolare il malato, comprese la preoccupazione di Pànfilo,
e folgorato dalla grazia del Signore, di colpo gli disse: "Vuoi che
proponga ai nostri Superiori di partire al tuo posto?"
. Il malato fece un cenno di assenso e Damiano non chiese
di più. Subito dopo inviava una lettera direttamente al Superiore Generale
a Parigi.
La risposta non si fece attendere: si
apprezzava la sua offerta che veniva accolta favorevolmente. Il Padre
Generale aveva dato la sua autorizzazione anche se Damiano non era ancora
sacerdote... Per citi poiché mancavano pochi giorni alla partenza, gli
venne consigliato di salutare subito la propria famiglia e di andare a
Parigi per partecipare al ritiro in preparazione al viaggio. Quindi
Damiano ebbe soltanto il tempo di salutare la mamma chiedendole di
raggiungerlo presso il Santuario di Montaigu per il congedo: a quell'epoca,
infatti, i missionari partivano senza speranza di ritorno.
Dopo aver partecipato agli esercizi
dello stesso Generale a Parigi, il Servo di Dio partì per Brema da dove si
imbarcò sul piroscafo che lo avrebbe portato ad Honolulu. Da Brema inviti
ai genitori una lettera che è un vero e proprio testamento spirituale: "E
voi, cari genitori, non abbiate la benché minima inquietudine sulla nostra
sorte. Tutti noi siamo nelle mani del Buon Dio, di un Dio onnipotente che
ci prende sotto la sua protezione..."
.
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Il 19 marzo 1864, festa di San
Giuseppe, onomastico di Padre Damiano, il piroscafo che trasportava i
missionari entrò nel porto di Honolulu, capitale delle isole Hawaii, dopo
una traversata durata 139 giorni, cioè, più di quattro mesi. Damiano
proseguì gli studi nel seminario della diocesi, dove ricevette rapidamente
il Suddiaconato, il Diaconato, ed infine il Sacerdozio, il 21 maggio, da
Mons. Maigret. Celebrò la sua prima Messa nella Cattedrale di Honolulu,
dove era stato ordinato.
"Quando per la prima volta", egli dice in una lettera a Padre Pànfilo, "io
diedi il Pane della Vita ad un centinaio di fedeli, un pensiero mi colpiva:
molte di quelle persone vestite di bianco, che io vedevo avvicinarsi con
modestia al tabernacolo, un tempo si erano prostrate forse davanti agli
idoli"
.
E ai genitori in quell'occasione scrisse così: "Ora sono
sacerdote... ora sono dunque missionario in un paese corrotto, eretico ed
idolatra. Sento l'imponenza dei miei doveri... Pregate giorno e notte per
me, vi scongiuro. Se il Signore è con me, non avrò a temere alcun male e
potrò tutto, come San Paolo, in Colui che mi dà forza..."
.
Il giorno stesso dell'ordinazione,
Padre Damiano fu destinato al distretto di Puna, nella grande isola di
Hawaii.
Ma prima di andare avanti, è
necessaria una breve descrizione geografica del luogo in cui viene a
lavorare il nuovo missionario e cioè delle Hawaii in genere con cenni
sulla vita dei loro abitanti, che ci aiutino così a comprendere un po'
l'opera di Padre Damiano.
L'arcipelago delle Hawaii ha una lunghezza di 3.000 km, ed è composto da
12 isole. Le principali sono: Lanai, Kauai Molokai, Maui, Oahu (dove si
trova la capitale, Honolulu), e Hawaii, enumerate secondo la loro
estensione territoriale, cominciando dalla più piccola alla più grande.
Il terreno è particolarmente fertile perché vi sono numerosi vulcani che,
nel corso dei secoli, hanno ricoperto le aride pianure con una coltre di
lava che si è trasformata in terra fertile. Il clima è secco a sud-ovest,
mentre a nord-est la pioggia è a volte abbondante. Il vento che proviene
dal mare mitiga la temperatura ed è per questo che gli americani chiamano
l'arcipelago: "Il Paradiso del Pacifico" oppure "Il paese dell'eterna
primavera".
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La popolazione appartiene alla bellissima e forte razza dei Canachi,
popolo dagli occhi lucenti e dolci e dalla pelle bronzea, dal
carattere indolente, sempre felice di trovare nella sua terra le
ricchezze naturali, che riducono al minimo il lavoro indispensabile
per vivere.
La popolazione era divisa in tribù che a loro volta si suddividevano
in caste; i capi, i più forti, ed i sacerdoti, i più istruiti,
dominavano il popolo. La vita tranquilla era spesso interrotta da
risse e lotte sanguinarie fomentate dai capi, continuamente in lotta
tra di loro. Queste lotte, a cui si aggiungevano l'immigrazione di
gente proveniente da altri paesi che portava molte malattie, la
mancanza di igiene e di resistenza fisica, spiegano il calo veramente
rapido della popolazione indigena.
Gli indigeni onoravano particolarmente la dea "Pelé", protettrice dei
vulcani e "Maui", il dio del fuoco. In molte circostanze, per
ingraziarsi o per placare la divinità, venivano sacrificate delle
vittime umane, però, a differenza di altri popoli oceanici, i canachi
non sono mai stati antropofagi.
L'amministrazione della giustizia, che si concretizzava nel punire i
trasgressori dei 'tabù', era esercitata dal re.
Verso il sec. XIX e XX, queste isole, per lo più dimenticate, furono
meta di un'immigrazione massiccia di persone che, una volta giunte lì,
si occupavano generalmente della coltivazione dei campi e dello
sfruttamento delle ricchezze. I più numerosi furono i giapponesi,
cinesi, filippini e portoghesi.
Prima di questa immigrazione, l'unità politica delle isole era stata
raggiunta sotto il re Kamehameha I, che tra il 1784 e il 1810, grazie
alla sua abilità ed al suo valore, riuscì a riunire sotto la sua
corona l'intero arcipelago, divenendo un vero sovrano. Ma poi, sotto i
suoi successori, la popolazione fu facile preda di avventurieri, che
diffusero tra gli indigeni l'uso delle bevande alcoliche, delle armi
da fuoco e dei vestiti dalle fogge europee. La debolezza dei governi
successivi ebbe come risultato un costante aumento dell'ingerenza
americana e nel 1898 l'annessione agli Stati Uniti divenne realtà.
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L'Evangelizzazione delle isole Hawaii è sempre stata piuttosto complessa
ma si è diffusa grazie alla costanza e all'impegno dei Padri dei Sacri
Cuori e dei grandi uomini che diressero la Missione; infatti, nel 1825 le
Hawaii vennero affidate ai Padri dei Sacri Cuori, che vi giunsero nel
1827. Nonostante le forti resistenze da parte del potere politico locale,
che era influenzato dai protestanti, i missionari si misero al lavoro
guadagnandosi la fiducia dei canachi di giorno in giorno, con il loro
disinteresse, la loro povertà, la loro bontà, ed il loro rispetto per gli
usi e i costumi del popolo.
Dal 1831. al 1839 si scatenò un
periodo di persecuzioni, fomentate dai protestanti, che cacciarono i
missionari e tentarono di obbligare gli abitanti delle isole a frequentare
le loro chiese e scuole. I missionari furono messi su una nave e sbarcati
in California, ma dopo due anni di esilio ritornarono e trovarono un folto
gruppo di cattolici che erano rimasti fedeli, malgrado le difficoltà e
l'opposizione protestante.
Nel 1839 l'intervento risoluto di una nave francese ridimensionò la
crociata anticattolica ed ottenne la libertà di culto per i cattolici. Nel
1840, il Vicario Apostolico dell'Oceania, Mons. Rouchouze, arrivò alle
Hawaii per controllare la situazione e rimase stupito dell'accoglienza
calorosissima degli abitanti rimasti fedeli alla fede cattolica,
nonostante le persecuzioni. Tornato a Roma, Mons. Rouchouze riuscì ad
ottenere una forte somma dalla Propaganda Fide per acquistare una nave e
trovare 24 missionari disposti a recarsi alle Hawaii. Ma di questa
spedizione non si seppe più nulla: dopo uno scalo in Brasile affondò
probabilmente presso le isole Malvine o presso lo stretto di Magellano.


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